Mission Impossible per Marco Benetti

Nel Summer Camp di CMC Italia ci è stata affidata un’esercitazione. Un professore esterno ad una prestigiosa università milanese riceve il massimo gradimento degli studenti che frequentano con entusiasmo i suoi corsi. Il Rettore incarica il giovane di tenere una lezione di due ore per i colleghi. Il compito è indicare  come ci si presenta, fornire tre consigli tecnici ai cattedratici meno fortunati con i ragazzi e descrivere il proprio abbigliamento. Non ultimo: restare vivi!

Ho pensato di affidare questa missione impossibile al mio amico Marco Benetti, questo il suo racconto.

Ho sporcato con uno schizzo di zabaione il giorno più duro della mia breve carriera universitaria. Il fatto che nel tragitto dalla Garbatella fino alla Stazione Termini la gelateriaFiocco di neve non c’entra nulla, ma lo zabaione più gustoso di Roma sì. Sarei arrivato senza possibilità di intervento sulla macchia al binario uno, appena in tempo per il Freccia Rossa che mi avrebbe portato a Milano. Da lì sarei corso alla Bocconi per tenere le mie due ore di lezione, poi sarei scappato con l’ultimo treno utile da Ingrid, che stava lavorando più o meno dalle parti di Innsbruck. Fanculo al feedback dei miei colleghi, non ci sarebbe stato tempo! Ingrid era la stella che dava speranza ad una giornata della quale avrei fatto volentieri a meno, il Rettore aveva detto due ore più domande ed entro le due ore mi sarei tenuto, alle 16 saluti e baci a tutti, non ci sarebbero state domande. Da giorni pensavo inutilmente a quella stupida missione impossibile: spiegare a imbolsiti professori universitari perché una ventenne milanese preferisse una lezione di logica tenuta da un gran fico giovanissimo quanto brillante filosofo ad una esercitazione di analisi 1 con un decrepito e saccente so tutto io che inizia a valutare un compito dal 25 a scendere.

Perchè perdere tanto tempo in questa impresa? Le cose a volte sono molto semplici: Mario Brandi il Rettore, amico fraterno di mio fratello era la mia unica fonte di sostentamento e se volevo avere speranza di un nuovo incarico per il prossimo anno non potevo rifiutare. La mattina precedente quella della macchia di zabaione ero al buio. Quei maledetti numeri sulla frequenza alle lezioni, il gradimento degli studenti, i risultati raggiunti, mi avevano premiato per due semestri consecutivi. Mario Brandi ha voluto privare della propria libertà per due ore illustri cattedratici ai quali avrei dovuto spiegare perchè nel mio corso facoltativo di logica le cose funzionassero. E che ne so io? Contabilizzando il tempo di ciascun collega, il mio biglietto del treno andata e ritorno e le spese a piè di lista che pretesi di ottenere per una notte a Innsbruck quelle due ore sarebbero costate una decina di migliaia di euro… e io a poche ore dalla lezioncina ancora non sapevo cosa dire.

Eppoi è meno pericoloso aiutare Ingrid in una delle sue strampalate indagini da sceriffo austriaco che affrontare da saccentello una platea di baroni universitari milanesi. Per fortuna Roma a Giugno ha un tramonto che farebbe venire una buona idea anche ad un criceto. Indosso le mie Brooks da running, la mia maglia tecnica Adidas gialla (non importa se ha i buchi, quelle tre strisce sulle maniche mi danno energia sufficiente per qualsiasi impresa) e scappo fuori dal mio appartamento al sesto piano di via Munari. I cinesi rintanati dietro uno dei quattro portoncini del pianerottolo stanno consumando tutto l’aglio disponibile nel quartiere, sento la puzza mentre scendo le scale scaldando le mie caviglie solo pochi anni prima esplosive. L’aglio mi rincorre fino al primo piano. Sull’androne trovo Gianna, la figlia di Ines, la portiera. “Andiamo a correre insieme?”. Mi guarda con i suoi occhi lessi e non capisco come fa a sapere che sarei uscito per correre a quell’ora. “Te l’ho detto, cresci ancora un po’… ti aspetto”. Devo non-pensare per trovare una soluzione e non posso far finta di essere gentile con una minorenne invaghita di un bulletto aspirante professore. Corro riuscendo a vuotare la mente fino a Ponte Garibaldi, mi lascio l’isola Tiberina a sinistra, scendo e salgo da quella che dovrebbe essere una ciclabile e raggiungo San Pietro che il sole ha appena colorato di arancione. Spengo le cuffie wi fi, uno dei pochi acquisti azzeccati su ebay, e comincio la via del ritorno iniziando ad elaborare la mia strategia. Sono finalmente in zona e il mio cervello è tutto sulla chiacchierata di domani. La cosa del treno può funzionare, mi prendo un po’ per il culo ed evito di fare il saccente. “Salve sono Marco Benetti, no, non sono parente di Romeo e non spezzo le gambe a nessuno. Sono un filosofo che insegna logica nella facoltà di matematica, bella stranezza eh? A proposito, conoscete la differenza tra un treno e un filosofo? No?!? Il treno quando esce fuori dai binari deraglia, il filosofo…. Va avanti che è una meraviglia….”.

Non riderà nessuno, ma penseranno di avere davanti un coglione e si rilasseranno.

Intanto il Garmin segna quattro minuti e venti secondi al chilometro, l’andatura è quella accelerata di quando il cervello perde il controllo delle gambe e pensa con efficacia, mi servono tre punti per smontare quel modo antico di far lezione e ci costruisco intorno due ore di chiacchiere. Primo punto: mi riallaccio alla presentazione, proviamo a fare il treno, andiamo fuori dai binari insieme ai nostri ragazzi e vediamo quello che succede. Non giudichiamo, ma seguiamo. Perfetto, quel cretino che parte da 25 deve capire che non giudicare può essere utile anche a lui. Qui, per creare un briciolo di emozione, li provoco e mi vendo il nonno milanese. Milano è troppo vicino alla Svizzera, anche se solo per un quarto di sangue, sono milanese anche io, so cosa vuol dire, del resto non mi chiamo Benetti a caso. Gli svizzeri in tutta la loro storia hanno avuto un solo genio, Einstein, e l’hanno messo a lavorare al catasto perchè era uno che deragliava. Allontaniamoci dal confine svizzero e concediamo una possibilità ai nostri ragazzi. Bene, il cervello comincia a starci dentro, certo che quelle due inglesine che corrono dieci metri avanti sono una bella distrazione! Attraverso ponte Sublicio e ritorno verso il Fatebenefratelli, devo rientrare in zona e quelle due mi portano fuori, meglio lasciarsele alle spalle.

Secondo punto. I nostri ragazzi sanno già tutto, dobbiamo solo sollevare la polvere che copre il loro mosaico. Questa me la vendo come mia, Agostino mi perdonerà, ma una citazione dotta sarebbe mal vista. Certo è che ‘sta storia del mosaico è comunque dura da far digerire ad un professore di matematica. Ah, già, il Menone. Se Socrate fa domande ad uno schiavo analfabeta e lo induce a dimostrare il teorema di Pitagora, noi non pensiamo che le migliori giovani menti di Milano possano arrivare da soli a quello che dobbiamo loro insegnare? Non pensiamo che se scoprissero con la loro intelligenza i punti del nostro programma sarebbero molto più motivati che se noi infliggessimo loro noiosissime lezioni?

E così anche il secondo punto è andato. In quel momento mi viene voglia di zabaione ed esco ancora fuori dalla zona, penso all’uovo, al marsala e a quella strepitosa sostanza che producono insieme. Dialogo interiore: se continuo a correre e riesco a concentrarmi fino a trovare la soluzione domani mi alzo mezz’ora prima e mi regalo tre euro di cono allo zabaione da Fiocco di neve. Devo aver esagerato con gli esercizi di visualizzazione: me lo sento già sulla lingua e sotto il palato!

Manca ancora la terza questione. Le due inglesine hanno fatto dietro front e me le trovo di fronte appena cambio il senso di corsa. Amo le donne, amo le donne che corrono… tranne che quando tento di ragionare. Ma fino dove si spingeranno queste due? Cosa vogliono esattamente? Si stanno divertendo o tentano un approccio? Perchè sorridono? Questa volta però sono di nuovo in zona e le due tipe mi regalano il terzo punto. La cosa per noi più pericolosa è procedere senza sapere  cosa pensano i nostri studenti di noi e della nostra materia. Il feedback, anche se negativo è il fulcro del nostro lavoro.

Primo: deragliamo insieme ai ragazzi, soprattutto lasciamoli deragliare. Due, lasciamoli scoprire quello che vogliamo insegnare e fidiamoci delle loro intuizioni. Terzo: rimoduliamo la nostra corsa sul loro feedback.

Il lavoro è fatto!

Il giorno dopo avrei cenato con Ingrid alle prese con il valico del Brennero che qualche stupido governante crucco si è messo in testa di blindare. Non c’è niente da fare: più sali al nord e meno c’è voglia di uscire dai binari! Chissà Ingrid da dove salta fuor?! A casa devo ancora scegliere l’abbigliamento, preparare le slides e integrare i carboidrati. Le inglesine possono continuare a fare avanti e indietro lungo il Tevere, le saluto da lontano e quelle mi ignorano quasi irritate. Avevano bluffato!

La sera lavoro con entusiasmo e un po’ di sadismo nei confronti del corpo docente, preparò le slides e le salvo su una pennetta con le fattezze di Diabolik, quella delle grandi occasioni, quella del mio eroe. La mattina sveglia alle sei, pilastri tibetani per addominali e dorsali, yogurt con cereali della Coop, forse biologici, forse no, e l’ultimo dilemma restato irrisolto dalla sera prima: l’abbigliamento. Rispolvero le lezioni PNL del vecchio coach Mariolino, da me soprannominato vecchia sòla, conosciuto quando mi ero ridotto a vendere aspirapolveri e materassi porta a porta. Giacca blu per ricalcare la solennità accademica dei colleghi e t shirt no logo per ricalcare lo stile giovanile e sportivo degli studenti. Ma poi questa storia del ricalco e del rapport, bella invenzione! La captatio benevolentiae era il primo punto nello schema dell’orazione latina. Nessuno ti sta ad ascoltare se non è ben disposto nei tuoi confronti e la tecnica è sempre quella: mettersi in sintonia! Non rinuncio al mio sponsor personale: scarpe Adidas comprate da Mohamed a Pozzuoli, rigorosamente false ma identiche alle originali, che poi quelle originali sono prodotte in Corea, e pantaloni di tela blu, che sono in rapport solo con le mie tasche vuote.

Ma adesso quella macchia di zabaione sulla mia maglia bianca immacolata da battesimo proprio non va e resta il problema di contenere il sermoncino nelle due ore, senza domande e senza interventi. Penso ad Ingrid tutto il viaggio ed è come correre libero, la testa è vuota, ma sotto lavora. Quasi a Bologna mi viene in mente la parola resilienza e la metto in relazione alla macchia di zabaione: miscela esplosiva! “Avete notato questa macchia di zabaione sulla mia T Shirt, il feedback dai miei studenti non lo pretendo su pezzi di carta o per email, prima di questa riunione tra noi mi sono andato a prendere un bel gelato con due di loro. Uno dei due tipi, sapendo cosa mi accingevo a fare, cioè parlare solennemente con voi, mi ha intenzionalmente macchiato con il suo gelato allo zabaione. Tanto per dimostrarmi la sua familiarità con un scherzo di ottimo gusto! Quindi, l’incontro termina senza domande e senza feedback, quando ci incontreremo al bar nel prossimo semestre, se il Rettore mi confermerà l’incarico, ne parliamo!”

Applausi dalla platea.

A volte anche un coach bluffa!

                                                                                                                                                                   Renato Vernini

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1 Comment

  • renato vernini
    26 Luglio 2016 at 11:34 

    Grazie della pubblicazione sul tuo blog!

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